La salvezza universale: un'analisi biblica della soteriologia universalista

Introduzione

La soteriologia universalista rappresenta una delle più profonde e coerenti interpretazioni del messaggio biblico sulla natura di Dio e il destino dell'umanità. Lungi dall'essere speculazione teologica marginale, l'universalismo cristiano emerge da un'attenta lettura delle Scritture che rivela la natura fondamentalmente amorevole di Dio e la portata comprensiva dell'opera redentrice di Cristo. Le pagine della Bibbia proclamano con voce unanime che l'amore divino, manifestato supremamente nella persona e nell'opera del Figlio, non conoscerà sconfitta definitiva ma trionferà attraverso la trasformazione di ogni cuore ribelle e la restaurazione di tutta la creazione.

L'esame sistematico dei testi biblici rivela che la salvezza universale non è eccezione alla regola divina, ma la logica conseguenza della natura stessa di Dio come amore perfetto e giustizia assoluta. Quando comprendiamo che Dio non può contraddire la propria natura e che la sua volontà è che tutti gli uomini siano salvati, diventa evidente che questa volontà deve necessariamente realizzarsi nella pienezza dei tempi.

I. Il carattere immutabile di Dio e la sua volontà salvifica

Il fondamento dell'universalismo biblico risiede nella rivelazione del carattere divino come amore infinito e misericordia senza limiti. La Prima lettera a Timoteo 2:3-4 dichiara senza ambiguità che Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità." Il verbo greco θέλει (thelei) non indica una mera preferenza che può essere frustrata, ma esprime una volontà decisa e sovrana. La portata è universale: πάντας ἀνθρώπους (pantas anthropous) - tutti gli uomini senza eccezione.

L'apostolo Pietro conferma questa verità quando scrive che Dio è "paziente verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano al ravvedimento" (2 Pietro 3:9). Il termine greco βουλόμενος (boulomenos) indica una volontà deliberata e consapevole, non un semplice desiderio. Il contrasto è netto: non che alcuni periscano, ma che tutti giungano al ravvedimento (μετάνοια - metanoia). La pazienza divina non è passività, ma l'operare attivo di un amore che lavora attraverso il tempo per raggiungere i suoi fini redentivi universali.

Il profeta Ezechiele penetra ancora più profondamente nel cuore di Dio quando registra il solenne giuramento divino: "Com'è vero che io vivo, dice il Signore Dio, io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva" (Ezechiele 33:11). Il verbo ebraico חָפֵץ (chafetz) indica un piacere profondo e una gioia intima. Dio giura sulla propria esistenza che la sua natura non trova soddisfazione nella punizione, ma nella conversione (שׁוּב - shuv, "tornare") e nella vita (חָיָה - chayah).

Geremia rivela ulteriormente la profondità dell'amore divino quando proclama: "io ti ho amato di un amore eterno; perciò ti ho attirato con benignità" (Geremia 31:3). L'espressione ebraica אַהֲבַת עוֹלָם (ahavat olam) indica letteralmente "amore di eternità" - un amore che non conosce fine temporale. Il verbo מָשַׁךְ (mashach) significa "trascinare" o "attirarre irresistibilmente" attraverso חֶסֶד (chesed) - la benignità fedele e leale di Dio.

II. L'opera comprensiva di Cristo e la riconciliazione universale

L'universalismo trova la sua conferma più potente nell'opera redentrice di Cristo, che le Scritture presentano come comprensiva di tutta l'umanità e di tutto il cosmo. Gesù stesso proclama: "E io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me" (Giovanni 12:32). Il verbo greco ἑλκύσω (helkysō) indica un'attrazione irresistibile - la stessa parola usata in Giovanni 6:44 dove nessuno può venire al Figlio se non è "attirato" dal Padre. La portata è πάντας (pantas) - tutti, assolutamente senza eccezioni.

Giovanni Battista identifica Gesù come "l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo" (Giovanni 1:29). Il verbo greco αἴρων (airōn) significa letteralmente "sollevare" o "portare via" nel senso di rimozione definitiva. Non è semplicemente perdono (ἀφιέναι), ma eliminazione completa. Il peccato di tutto il mondo (κόσμος - kosmos) è effettivamente portato via dal sacrificio di Cristo.

L'apostolo Giovanni approfondisce questa verità dichiarando che Cristo "è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" (1 Giovanni 2:2). Il termine ἱλασμός (hilasmos) indica un sacrificio che effettivamente placa l'ira divina e rimuove la colpa. La costruzione enfatica estende questa propiziazione efficace a tutto il mondo intero.

L'evangelista Giovanni chiarisce ulteriormente lo scopo della missione di Cristo: "Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Giovanni 3:17). La salvezza del mondo non è una possibilità condizionale, ma lo scopo primario (ἵνα - hina) per cui il Figlio è stato inviato. Se Cristo compie sempre perfettamente la volontà del Padre, allora la salvezza del mondo deve essere il risultato inevitabile della sua missione.

Paolo sviluppa questa teologia della riconciliazione universale con particolare profondità. In 2 Corinzi 5:19, egli dichiara che "Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe." La riconciliazione (καταλλάσσω - katallassō) del mondo con Dio non è un'offerta che attende accettazione, ma un fatto compiuto. Il mondo è già riconciliato; rimane solo che questa riconciliazione sia riconosciuta e abbracciata.

III. La simmetria adamica e la logica paolina della salvezza universale

L'apostolo Paolo presenta l'argomentazione più sistematica per l'universalismo attraverso il suo sviluppo della tipologia adamica. In 1 Corinzi 15:22, egli stabilisce un parallelismo perfetto: "Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati." La struttura grammaticale enfatizza la corrispondenza esatta. Il primo πάντες (pantes - tutti) che muoiono in Adamo corrisponde precisamente al secondo πάντες che saranno vivificati (ζωοποιηθήσονται - zōopoiēthēsontai) in Cristo.

Romani 5:18 conferma questo principio: "Come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure con un solo atto di giustizia la giustificazione che dà vita si è estesa a tutti gli uomini." L'espressione "a tutti gli uomini" appare identicamente in entrambe le parti della frase, indicando che la stessa totalità dell'umanità che sperimenta κατάκριμα (condanna) sperimenterà δικαίωσιν ζωῆς (giustificazione di vita).

L'apostolo sviluppa ulteriormente questo tema quando dichiara: "Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata" (Romani 5:20). Il verbo greco ὑπερεπερίσσευσεν (hypereperisseusen) è un composto intensivo che indica un'abbondanza che supera infinitamente qualsiasi misura. La grazia (χάρις - charis) non si limita a controbilanciare il peccato, ma lo supera in modo sovrabbondante.

IV. Il proposito eterno e la riconciliazione cosmica

L'universalismo biblico trova ulteriore conferma nella rivelazione del proposito eterno di Dio per l'intera creazione. Paolo dichiara in Efesini 1:10 che Dio ha il proposito di "riunire sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: quelle dei cieli e quelle della terra." Il verbo ἀνακεφαλαιώσασθαι (anakephalaiōsasthai) significa letteralmente "ricapitolare" o "riunire sotto un unico capo" (κεφαλή - kephalē), indicando non semplicemente un governo esteriore ma un'unità organica che abbraccia τὰ πάντα (ta panta - tutte le cose) senza eccezioni.

Colossesi 1:19-20 espande questa visione dichiarando che Dio ha voluto "riconciliare con sé tutte le cose per mezzo di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui, dico, tanto le cose che sono sulla terra quanto quelle nei cieli." La riconciliazione operata da Cristo è genuinamente universale, estendendosi a tutte le cose nell'intero universo. La pace (εἰρήνη - eirēnē) è già stata stabilita attraverso la croce; rimane solo la manifestazione completa di questa realtà.

Romani 11:32 rivela la strategia divina dietro la storia della salvezza: "Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti." La disubbidienza universale non è un fallimento del piano divino, ma parte integrante del piano stesso. Dio ha deliberatamente permesso che tutti cadessero nella disubbidienza per poter manifestare la sua misericordia (ἔλεος - eleos) a tutti. Se questo è il piano sovrano di Dio, allora la misericordia universale deve essere il risultato finale garantito.

V. La consumazione finale e la vittoria completa di Dio

Le Scritture culminano con la visione di una restaurazione universale che non lascia nulla di irredento. Paolo descrive in 1 Corinzi 15:24-28 la consumazione finale quando Cristo "consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al niente ogni principato, ogni potenza e ogni potestà." Il processo culmina quando "Dio sarà tutto in tutti" (πάντα ἐν πᾶσιν - panta en pasin), una condizione che esclude qualsiasi separazione definitiva o ribellione permanente.

Filippesi 2:10-11 presenta la visione dell'adorazione universale: "affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre." Questa confessione (ἐξομολογέω - exomologeō) universale non può essere coercizione esterna, perché glorifica genuinamente il Padre. Deve quindi rappresentare il riconoscimento autentico dell'amore divino da parte di cuori finalmente trasformati.

Atti 3:21 parla dei "tempi della restaurazione di tutte le cose, di cui Dio parlò per bocca dei suoi santi profeti." Il termine greco ἀποκατάστασις (apokatastasis) per restaurazione indica un ritorno allo stato originale di perfezione. Non alcune cose, ma tutte le cose saranno restaurate alla loro condizione intesa da Dio.

L'Apocalisse conferma questa visione quando dichiara: "Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate. E colui che siede sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Apocalisse 21:4-5). Dio non fa nuove alcune cose o la maggior parte delle cose, ma πάντα (panta) - tutte le cose. La trasformazione è completa e universale.

VI. La natura educativa del giudizio divino

L'universalismo biblico non nega la realtà del giudizio divino, ma lo comprende come processo educativo e purificativo piuttosto che come punizione eterna. Isaia 26:9 dichiara: "Quando i tuoi giudizi si esercitano sulla terra, gli abitanti del mondo imparano la giustizia." I giudizi divini (מִשְׁפָּט - mishpat) hanno scopo pedagogico: insegnare la giustizia a coloro che l'hanno rifiutata.

Paolo scrive in 1 Corinzi 3:15 di coloro che saranno "salvati, però come attraverso il fuoco." Il fuoco rappresenta il processo purificatorio che rimuove tutto ciò che è imperfetto, ma preserva la persona stessa. Anche coloro che hanno costruito con materiali inadeguati non saranno distrutti eternamente, ma salvati attraverso il processo di purificazione divina.

Lamentazioni 3:31-33 rivela che "il Signore non respinge per sempre; ma, se affligge, ha pure compassione, secondo la moltitudine delle sue misericordie; poiché egli non affligge volentieri, né contrista i figli degli uomini." Il carattere divino esclude il rifiuto eterno (לְעוֹלָם - le'olam). Anche quando Dio affligge, lo fa con riluttanza e sempre con compassione finale.

VII. L'amore invincibile e la speranza certa

Il cuore dell'universalismo biblico risiede nella natura di Dio come amore perfetto che non può essere definitivamente frustrato. Prima Corinzi 13:8 dichiara categoricamente: "L'amore non verrà mai meno." Se Dio è ἀγάπη (agapē) nella sua essenza stessa, come dichiara 1 Giovanni 4:8, allora questo amore deve alla fine prevalere su ogni resistenza e trasformare ogni cuore ribelle.

L'amore divino rivelato nelle Scritture non è sentimentalismo umano proiettato su scala cosmica, ma la potenza ontologica fondamentale che sostiene e trasforma tutto l'universo. È un amore che crea dal nulla, che redime dal peccato più profondo, che trasforma i nemici in figli, che fa nuove tutte le cose. Questo amore opera con pazienza infinita attraverso tutti i processi necessari - incluso il giudizio purificatorio - per raggiungere il suo scopo redentivo universale.

La certezza di questa speranza universale non si basa su ottimismo umano o speculazione filosofica, ma sulla fedeltà immutabile di Dio alle sue promesse. Come dichiara 2 Timoteo 2:13, Dio "non può rinnegare se stesso." Se ha promesso di mostrare misericordia a tutti, di riconciliare tutte le cose con sé, e di fare nuove tutte le cose, allora queste promesse si realizzeranno infallibilmente perché Dio non può contraddire la propria natura.

Conclusione: la gloria finale dell'amore divino

L'esame sistematico delle Scritture rivela che l'universalismo non è dottrina periferica o speculazione teologica audace, ma la logica conseguenza di una comprensione coerente della natura di Dio e dell'opera di Cristo. Le numerose dichiarazioni bibliche sulla volontà salvifica universale di Dio, sulla portata comprensiva dell'espiazione di Cristo, sulla riconciliazione cosmica, e sulla restaurazione finale di tutte le cose convergono verso un'unica conclusione inevitabile: l'amore di Dio avrà l'ultima parola nella storia dell'universo.

Questa speranza universale non diminuisce la serietà del peccato o l'urgenza dell'evangelizzazione, ma le colloca nel contesto della certezza che l'opera di Dio non fallirà nel raggiungere i suoi fini ultimi. Il peccato è tremendamente reale e richiede il giudizio purificatorio di Dio, ma questo giudizio opera sempre nel servizio dell'amore redentivo che cerca la trasformazione piuttosto che la distruzione.

L'universalismo biblico presenta la visione più elevata della gloria divina: un Dio che non si accontenta di salvare alcuni mentre ne danna eternamente altri, ma che lavora attraverso tutti i processi necessari - anche i più dolorosi - per trasformare ogni nemico in adoratore, ogni ribelle in figlio. Questa è la gloria di un amore che non conosce limiti, di una giustizia che opera sempre per la restaurazione, di una potenza che si manifesta supremamente nella capacità di trasformare i cuori attraverso l'amore piuttosto che attraverso la forza.

Quando ogni ginocchio si sarà piegato e ogni lingua avrà confessato che Gesù è il Signore, non per coercizione ma per riconoscimento gioioso dell'amore che non ha mai cessato di operare per la loro redenzione, allora Dio sarà davvero "tutto in tutti" e l'universo risuonerà dell'adorazione unanime di tutta la creazione riconciliata. In questa consumazione gloriosa, l'amore avrà vinto definitivamente, la giustizia avrà trovato la sua espressione perfetta, e la parola finale della storia non sarà "maledetto" ma "benedetto," non "separazione" ma "comunione eterna."

100 ragioni (bibliche) per una fede unitariana

Il seguente testo fu scritto nel 1825 da Samuel Barrett, ministro della American Unitarian Association

Introduzione

I Cristiani Unitariani credono che Gesù Cristo sia il Figlio di Dio e il Salvatore degli uomini. Credono nella divinità della sua missione e nella divinità delle sue dottrine. Credono che il Vangelo che egli proclamò provenisse da Dio; che la conoscenza che esso impartisce, la moralità che ingiunge, lo spirito che respira, l'accettazione che fornisce, le promesse che fa, le prospettive che mostra, le ricompense che propone, le punizioni che minaccia, tutto proceda dal grande Yahweh. Ma non credono che Gesù Cristo sia il Dio Supremo. Credono che, sebbene esaltato molto al di sopra di tutte le altre intelligenze create, egli sia un essere distinto da, inferiore a, e dipendente dal Padre Onnipotente. Per questa fede addurranno, tra le altre ragioni, i seguenti argomenti dalle Scritture.

I 100 Argomenti

1. Perché Gesù Cristo è rappresentato dagli scrittori sacri come un essere altrettanto distinto da Dio Padre quanto un uomo è distinto da un altro. "È scritto nella vostra legge che la testimonianza di due uomini è vera. Io sono uno che rendo testimonianza di me stesso, e il Padre che mi ha mandato rende testimonianza di me," Giovanni 8:17, 18.

2. Perché non solo non disse mai che egli stesso era Dio, ma, al contrario, parlò del Padre, che lo aveva mandato, come Dio, e come l'unico Dio. "Questa è la vita eterna, che conoscano te, l'unico vero Dio, e Gesù Cristo che tu hai mandato," Giovanni 17:3. Questo linguaggio il nostro Salvatore usò in solenne preghiera al "Padre suo e Padre nostro."

3. Perché è dichiarato, in innumerevoli istanze, essere il Figlio di Dio. "Ed ecco una voce dal cielo che diceva: Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto," Matteo 3:17. Può un figlio essere coevo e lo stesso del suo padre?

4. Perché è chiamato il Cristo, o l'unto di Dio. "Dio unse Gesù di Nazareth con lo Spirito Santo e con potenza," Atti 10:38. È colui che unge lo stesso di colui che è unto?

5. Perché è rappresentato come un Sacerdote. "Considerate il... Sommo Sacerdote della nostra professione, Cristo Gesù," Ebrei 3:1. L'ufficio di un sacerdote è di servire Dio. Cristo, dunque, come sacerdote, non può essere Dio.

6. Perché Cristo è Mediatore tra l'"Unico Dio," e gli "uomini." "Poiché c'è un solo Dio, e un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù," 1 Timoteo 2:5.

7. Perché, come Salvatore degli uomini, fu mandato dal Padre. "E noi abbiamo visto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo," 1 Giovanni 4:14.

8. Perché è un Apostolo nominato da Dio. "Considerate l'Apostolo... Cristo Gesù, che fu fedele a colui che lo aveva costituito," Ebrei 3:1, 2.

9. Perché Cristo è rappresentato come nostro intercessore presso Dio. "È Cristo che è morto, anzi, che è risorto, che è alla destra di Dio, che intercede anche per noi," Romani 8:34.

10. Perché il capo di Cristo è Dio. "Voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo; e il capo della donna è l'uomo; e il capo di Cristo è Dio," 1 Corinzi 11:3.

11. Perché, nello stesso senso in cui si dice che noi apparteniamo a Cristo, si dice che Cristo appartiene a Dio. "E voi siete di Cristo; e Cristo è di Dio," 1 Corinzi 3:23.

12. Perché Cristo dice: "Il Padre mio è più grande di tutti," Giovanni 10:29. Non è dunque il padre più grande del figlio?

13. Perché afferma, in un'altra connessione, e senza la minima qualificazione, "Il Padre mio è maggiore di me," Giovanni 14:28.

14. Perché virtualmente nega di essere Dio, quando esclama, "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non uno solo, cioè Dio," Matteo 19:17.

15. Perché il nostro Salvatore, dopo aver detto, "Io e il Padre siamo uno," fa chiaramente intendere ai suoi discepoli che non intendeva una sostanza, uguale in potenza e gloria, ma uno solo in affetto e proposito, ecc.; come chiaramente appare dalla preghiera che offre al Padre in loro favore, –"affinché siano tutti uno; come tu, Padre, sei in me, e io in te, che anch'essi siano uno in noi," Giovanni 17:21.

16. Perché il Padre è chiamato il Dio di Cristo come è il Dio dei Cristiani. "Gesù le disse... Va' dai miei fratelli, e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro; e al Dio mio e Dio vostro," Giovanni 20:17.

17. Perché un Apostolo dice di Dio, in distinzione dal "Signore Gesù Cristo," che Egli è l'"unico Potentate," e che Egli "solo ha l'immortalità," 1 Timoteo 6:15, 16.

18. Perché è la dichiarazione espressa dello stesso Apostolo, che il Padre è l'unico Dio, e non ce n'è nessun altro. "Benché vi siano cosiddetti dèi, sia in cielo che in terra, (come vi sono molti dèi e molti signori,) tuttavia per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose," 1 Corinzi 8:5, 6.

19. Perché la potenza che Cristo possedeva era, come egli affermò, data a lui. "Ogni potere mi è stato dato," ecc., Matteo 28:18.

20. Perché nega positivamente di essere l'autore delle sue opere miracolose, ma le attribuisce al Padre, o allo spirito santo di Dio. "Il Padre che dimora in me, egli fa le opere," Giovanni 14:10. "Se io scaccio i demoni per lo spirito di Dio," ecc., Matteo 12:28.

21. Perché dichiara distintamente che queste opere testimoniano, non della sua propria potenza, ma che il Padre lo aveva mandato, Giovanni 5:36.

22. Perché afferma espressamente che le opere furono fatte, non nel suo proprio, ma nel nome del Padre suo, Giovanni 10:25.

23. Perché asserisce che "lui ha suggellato Dio Padre," cioè a Dio Padre era debitore per le sue credenziali, Giovanni 6:27.

24. Perché dichiara di non essere l'autore della sua propria dottrina. "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato," Giovanni 7:16, 17.

25. Perché si rappresenta come istruito dal Padre. "Come il Padre mio mi ha insegnato, io parlo queste cose," Giovanni 8:28.

26. Perché si riferisce invariabilmente al Padre come l'origine dell'autorità con cui parlava e agiva. "Il Padre ha dato al Figlio autorità," ecc., Giovanni 5:26, 27.

27. Perché riconosce la sua dipendenza dal suo Padre Celeste per esempio e direzione in tutte le sue azioni. "Il Figlio non può far niente da se stesso, se non quello che vede fare al Padre," Giovanni 5:19. "Il Padre ama il Figlio, e gli mostra tutte le cose che egli stesso fa," Giovanni 5:20.

28. Perché dice "Io non cerco la mia propria gloria; ma onoro il Padre mio," Giovanni 8:49, 50.

29. Perché dichiara, "Se io glorifico me stesso, la mia gloria è niente: è il Padre mio che mi glorifica," Giovanni 8:54.

30. Perché un Apostolo dichiara che in Cristo abitava ogni pienezza, perché così piacque al Padre, Colossesi 1:19.

31. Perché Cristo è uniformemente rappresentato nelle Scritture, non come la causa primaria, ma intermedia, di tutte le cose relative alla nostra salvezza. "Un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi in lui; e un solo Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose, e noi per mezzo di lui," 1 Corinzi 8:6.

32. Perché dichiara, "Io non sono venuto da me stesso" nel mondo, "poiché io sono proceduto e vengo da Dio," Giovanni 8:42; 7:28. "Gesù sapendo... che era venuto da Dio, e andava a Dio," ecc., Giovanni 13:3.

33. Perché afferma di non avere la disposizione dei posti più alti nel suo proprio regno. "Il sedere alla mia destra e alla mia sinistra non spetta a me darlo, ma sarà dato a coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio," Matteo 20:23.

34. Perché il nostro Salvatore, riferendo i suoi discepoli a un tempo futuro, quando avrebbero compreso più accuratamente riguardo a lui, dichiara espressamente che allora avrebbero saputo che era interamente dipendente dal Padre. "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo (cioè lo avrete crocifisso), allora conoscerete che io sono egli (cioè il Messia), e che non faccio nulla da me stesso, ma come il Padre mio mi ha insegnato, io parlo queste cose," Giovanni 8:28.

35. Perché il nostro Salvatore professò sempre di non avere volontà propria, ma di essere sempre interamente guidato e governato dalla volontà del suo Padre Celeste. "Perché io sono disceso dal cielo, non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato," Giovanni 6:38.

36. Perché nega espressamente di possedere l'attributo Divino dell'esistenza indipendente. "Come il Padre vivente mi ha mandato, e io vivo per il Padre," ecc., Giovanni 6:57.

37. Perché disconosce espressamente il possesso dell'attributo Divino dell'esistenza non derivata. "Come il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso," Giovanni 5:30.

38. Perché nega positivamente di possedere l'attributo Divino dell'onnipotenza. "Io non posso far nulla da me stesso," Giovanni 5:30.

39. Perché disconosce espressamente il possesso dell'attributo Divino dell'onniscienza. "Ma di quel giorno e di quell'ora nessuno sa, nemmeno gli angeli che sono in cielo, né il Figlio, ma solo il Padre mio," Matteo 24:36, Marco 13:32.

40. Perché nelle Scritture si dice che Cristo è stato "tentato dal diavolo," Matteo 4:1. Ma "Dio non può essere tentato dal male," Giacomo 1:13.

41. Perché è narrato del nostro Salvatore, che "continuò tutta la notte in preghiera a Dio," Luca 6:12. Perché Cristo dovrebbe pregare così, se egli stesso fosse Dio?

42. Perché, in presenza di numerosa compagnia prima della risurrezione, rese grazie al Padre per averlo udito. "Padre, ti ringrazio che tu mi hai udito, e io sapevo che tu mi odi sempre," Giovanni 11:41, 42.

43. Perché Gesù supplicò il Padre di glorificarlo. "E ora, o Padre, glorificami tu presso te stesso con la gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse," Giovanni 17:5. L'essere che pregò Dio di glorificarlo, non può essere Dio.

44. Perché implorò che, se fosse possibile, il calice amaro passasse da lui, aggiungendo, "Tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi tu," Matteo 26:39.

45. Perché disse, "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" Matteo 27:46. Può colui che pronunciò questo essere il Dio Supremo?

46. Perché non rese mai la sua adorazione a se stesso, il Figlio, né allo Spirito Santo, come avrebbe dovuto fare, se il Figlio e lo Spirito Santo fossero stati Dio; ma sempre al Padre.

47. Perché non istruì mai i suoi discepoli ad adorare se stesso o lo Spirito Santo, ma il Padre, e solo il Padre. "Quando pregate, dite: Padre nostro che sei nei cieli," Luca 11:2. "In quel giorno, voi non mi chiederete nulla. Qualunque cosa chiederete al Padre nel nome mio," ecc., Giovanni 16:23. "L'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori," Giovanni 4:23.

48. Perché non era pratica degli Apostoli rendere omaggio religioso a Cristo, ma a Dio Padre per mezzo di Cristo. "Ringrazio Dio per mezzo di Gesù Cristo," Romani 7:25. "A Dio solo saggio, sia gloria per mezzo di Cristo," Romani 16:27. "Piego le mie ginocchia davanti al Padre del nostro Signore Gesù Cristo," Efesini 3:14.

49. Perché San Pietro, immediatamente dopo essere stato riempito dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, si rivolse così ai Giudei: "Uomini d'Israele, udite queste parole: Gesù di Nazareth, uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di potenti operazioni, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui in mezzo a voi, come voi stessi ben sapete... essendo stato dato nelle mani per il determinato consiglio e prescienza di Dio, voi lo avete preso, e per mano di iniqui lo avete crocifisso e ucciso; che Dio ha risuscitato," ecc., Atti 2:22-24.

50. Perché San Paolo afferma espressamente che "tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo," 2 Corinzi 5:18.

51. Perché lo stesso Apostolo rende "grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo," 1 Corinzi 15:57.

52. Perché è detto che è "a gloria di Dio Padre," che "ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore," Filippesi 2:11.

53. Perché le Scritture affermano che "Cristo non si glorificò da se stesso per essere fatto sommo sacerdote, ma Colui (lo glorificò) che gli disse: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato," Ebrei 5:5.

54. Perché è espressamente asserito che Dio diede a Cristo la Rivelazione che fu fatta all'autore dell'Apocalisse, Apocalisse 1:1.

55. Perché un Apostolo parla di Cristo, solo come l'immagine di Dio. "Che è l'immagine del Dio invisibile," Colossesi 1:15. 2 Corinzi 4:4. Sarebbe assurdo chiamare qualcuno la sua propria immagine.

56. Perché Cristo è dichiarato essere "il primogenito di ogni creatura," Colossesi 1:15.

57. Perché è detto essere "il principio della creazione di Dio," Apocalisse 3:14.

58. Perché le Scritture affermano, in così tante parole, che "Gesù fu fatto un poco inferiore agli angeli," Ebrei 2:9. Può Dio diventare inferiore alle sue creature?

59. Perché Pietro dichiara che "Cristo ricevette da Dio Padre onore e gloria, quando gli giunse una tale voce dalla magnifica gloria: Questo è il mio Figlio diletto," ecc., 2 Pietro 1:17.

60. Perché è rappresentato come necessario che il Salvatore del genere umano dovesse "essere reso simile ai suoi fratelli," Ebrei 2:17.

61. Perché, nell'Epistola agli Ebrei, Cristo è paragonato con Mosè in una maniera che sarebbe empia se egli fosse il Dio Supremo. "Poiché quest'uomo (Cristo) fu stimato degno di maggior gloria di Mosè, in quanto," ecc., Ebrei 3:3.

62. Perché è rappresentato come servo, eletto, diletto di Dio, e ricevitore dello spirito di Dio. "Ecco, il mio servo, che ho scelto, nel quale l'anima mia si è compiaciuta; porrò il mio spirito sopra di lui," ecc., Matteo 12:18.

63. Perché egli stesso dichiara espressamente che fu in conseguenza del suo fare ciò che piaceva al Padre, che il Padre era con lui e non lo lasciava solo. "Colui che mi ha mandato é con me; il Padre non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli piacciono," Giovanni 8:29.

64. Perché è detto aver "cresciuto in sapienza, e in grazia presso Dio e presso gli uomini," Luca 2:52.

65. Perché parla di se stesso come uno che aveva ricevuto comandamenti dal Padre. "Il Padre, che mi ha mandato, egli mi ha dato un comandamento," Giovanni 12:49.

66. Perché è rappresentato come obbediente al Padre, e come "obbediente fino alla morte," Filippesi 2:8. "Come il Padre mi ha detto, così parlo," Giovanni 12:50. "Io ho osservato i comandamenti del Padre mio," Giovanni 15:10.

67. Perché Cristo "imparò l'obbedienza dalle cose che soffrì," e attraverso le sofferenze fu reso perfetto da Dio, Ebrei 5:8.

68. Perché nelle Scritture si parla di lui come il primogenito tra molti fratelli, Romani 8:29. Ha Dio dei fratelli?

69. Perché Cristo chiama chiunque obbedisce a Dio suo fratello. "Chiunque farà la volontà del Padre mio che è nei cieli, quello è mio fratello," Matteo 12:50.

70. Perché offre ai fedeli la stessa distinzione e onore che egli stesso ha con il Padre. "A chi vince io concederò di sedere con me sul mio trono, come anch'io ho vinto, e mi sono posto a sedere col Padre mio sul suo trono," Apocalisse 3:21.

71. Perché Dio, in questi ultimi tempi, ha parlato per mezzo del suo Figlio, e lo ha costituito erede di tutte le cose, Ebrei 1:2.

72. Perché Cristo è chiamato il primogenito dai morti, Apocalisse 1:5.

73. Perché è dichiarato che Dio lo risuscitò dai morti. "Questo Gesù ha risuscitato Dio, del che noi tutti siamo testimoni," Atti 2:32; Romani 10:9, 10.

74. Perché Dio versò sugli Apostoli lo Spirito Santo, per mezzo di Gesù Cristo, Tito 3:6.

75. Perché la ragione assegnata per cui lo Spirito Santo non era stato ricevuto prima, è che Gesù non era ancora glorificato. "Lo Spirito Santo non era ancora dato perché Gesù non era ancora glorificato," Giovanni 7:39.

76. Perché è affermato che Cristo fu esaltato da Dio per essere Principe e Salvatore, Atti 5:31.

77. Perché Dio fece quello stesso Gesù, che fu crocifisso, sia Signore che Cristo, Atti 2:36.

78. Perché Dio gli diede un nome che è al di sopra di ogni nome, Filippesi 2:9.

79. Perché Cristo fu ordinato da Dio per essere il giudice dei vivi e dei morti, Atti 10:42.

80. Perché Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, Romani 2:16.

81. Perché ogni giudizio è commesso a Cristo dal Padre, Giovanni 5:22.

82. Perché il nostro Salvatore fonda l'importanza del suo giudizio unicamente sulle circostanze, che non è esclusivamente il suo proprio giudizio che egli pronuncia, ma quello del Padre che lo ha mandato. "Se io giudico, il mio giudizio è verace; perché io non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato," Giovanni 8:16.

83. Perché è detto che, quando fu ricevuto in cielo, "sedette alla destra di Dio," Marco 16:19.

84. Perché San Paolo afferma che Cristo, anche dopo la sua ascensione, "vive per Dio," e "vive per la potenza di Dio," Romani 6:10; 2 Corinzi 13:4.

85. Perché è affermato di Cristo che "quando tutte le cose gli saranno sottoposte, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto tutte le cose, affinché Dio sia tutto in tutti," 1 Corinzi 15:28.

86. Perché l'Apostolo Giovanni asserisce che "nessuno ha mai visto Dio"; il che non è vero, se Cristo fosse Dio.

87. Perché, nelle profezie dell'Antico Testamento che si riferiscono a Cristo, egli è parlato come un essere distinto da e inferiore a Dio, Deuteronomio 18:15; Giovanni 1:45.

88. Perché i Giudei non si aspettarono mai che altri che un essere distinto da e inferiore a Dio dovesse essere il loro Messia, e tuttavia non c'è evidenza che il nostro Salvatore abbia mai anche solo accennato loro che questa aspettativa fosse erronea.

89. Perché non appare dalle Scritture che i Giudei, eccetto in due istanze, abbiano mai opposto il nostro Salvatore sulla base che pretendeva di essere Dio o uguale a Dio; mentre, se fosse stata sua abitudine assumere tale identità o uguaglianza, nella sua conversazione con un popolo così fortemente attaccato alla dottrina dell'unità divina, si sarebbe trovato coinvolto in una perpetua controversia con loro su questo punto, alcune tracce della quale dovevano apparire nel Nuovo Testamento.

90. Perché in queste due istanze, quando accusato, in un caso, di farsi Dio, e nell'altro, di farsi uguale a Dio, nega positivamente le accuse. In risposta all'accusa di assumere di essere uguale a Dio, dice immediatamente, "Il Figlio non può far niente da se stesso, se non quello che vede fare al Padre"; e direttamente dopo, "Io non posso far nulla da me stesso," Giovanni 5:19, 30. In risposta all'accusa di farsi Dio, fa appello ai Giudei in sostanza così: Le vostre stesse Scritture chiamano Mosè un dio, e i vostri magistrati dèi; io certamente non sono inferiore a loro, tuttavia non mi chiamai Dio, ma solo Figlio di Dio, Giovanni 10:34-36.

91. Perché, se i suoi discepoli immediati avessero creduto che fosse l'Onnipotente, sarebbero stati così familiari con lui, avrebbero discusso con lui, lo avrebbero tradito, rinnegato, sarebbero fuggiti da lui, e lo avrebbero lasciato trascinare alla croce?

92. Perché gli Apostoli, dopo che furono riempiti dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, non predicarono che Cristo era Dio; ma predicarono ciò che era del tutto inconsistente con tale dottrina, Atti 2:22; 13:23; 17:3, 31; 22:8.

93. Perché non c'è evidenza per provare che i primi convertiti al Cristianesimo abbiano mai incorso l'imputazione di idolatria dai Giudei, come avrebbero dovuto fare se avessero creduto e insegnato che il Figlio, così come il Padre, è Geova; mentre è notorio che questa imputazione è stata tra i più comuni rimproveri giudaici contro i Cristiani, da quando la Trinità divenne una dottrina della Chiesa.

94. Perché ci sono nel Nuovo Testamento diciassette passaggi, nei quali il Padre è chiamato uno o solo Dio, mentre non c'è un singolo passaggio nel quale il Figlio sia così chiamato.

95. Perché ci sono 320 passaggi nei quali il Padre è assolutamente, e per via di eminenza, chiamato Dio; mentre non ce n'è uno nel quale il Figlio sia così chiamato.

96. Perché ci sono 105 passaggi nei quali il Padre è denominato Dio, con titoli e epiteti particolarmente alti, mentre il Figlio non è mai così denominato.

97. Perché ci sono 90 passaggi nei quali è dichiarato che tutte le preghiere e le lodi dovrebbero essere offerte a Lui, e che tutto dovrebbe essere ultimamente diretto al suo onore e gloria; mentre del Figlio non è mai fatta tale dichiarazione.

98. Perché dei 1.300 passaggi nel Nuovo Testamento nei quali la parola Dio è menzionata, nessuno implica necessariamente l'esistenza di più di una persona nella Deità, o che questa una sia alcun altro che il Padre.

99. Perché i passaggi nei quali il Figlio è dichiarato, positivamente, o per chiarissima implicazione, essere subordinato al Padre, derivando il suo essere da Lui, ricevendo da Lui la sua potenza divina, e agendo in tutte le cose interamente secondo la Sua volontà, sono in numero sopra 300.

100. Perché, in una parola, la supremazia del Padre, e l'inferiorità del Figlio, è la semplice, non imbarazzata, e corrente dottrina della Bibbia; mentre quella della loro uguaglianza o identità è vestita di mistero, ingombra di difficoltà, e dipendente, al meglio, da pochi passaggi per supporto.

6. Gesù ha un Dio

La Bibbia afferma con insistenza che c'è un solo Dio. Per bocca di Isaia, Dio dichiara che fuori di lui non c'è Dio (Isaia 44:6; 45:5). Paolo ripete la stessa verità: c'è «un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti» (Efesini 4:6), e per noi c'è un solo Dio, il Padre (1 Corinzi 8:6).

Una conseguenza di questa unicità è che Dio non ha un Dio. Non c'è nessuno al di sopra di lui. La lettera agli Ebrei lo dice in modo molto concreto: quando Dio fece la promessa ad Abraamo, giurò per sé stesso, perché non poteva giurare per qualcuno di più grande (Ebrei 6:13). Colui che è l'Altissimo non ha nessuno da invocare come proprio Dio.

Gesù, invece, ha un Dio. Lo dice lui stesso, prima e dopo la sua morte, e lo ripetono i profeti e gli apostoli. Questo fatto, che attraversa tutta la Scrittura, è difficile da conciliare con l'idea che Gesù sia egli stesso Dio.

Sulla croce, poco prima di morire, Gesù gridò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27:46; Marco 15:34). Sono le parole iniziali del Salmo 22, un salmo che i primi cristiani lessero come una profezia della passione: le mani e i piedi trafitti, le vesti divise e tirate a sorte (Salmo 22:16-18; Giovanni 19:24).

Lo stesso salmo contiene una frase che illumina il grido di Gesù: «dal grembo di mia madre tu sei il mio Dio» (Salmo 22:10). Il Messia non ha un Dio soltanto nell'angoscia della croce. Lo ha da sempre, fin dalla nascita, come ogni uomo fedele che fin dal principio della sua vita si affida a Dio.

La risurrezione non cambia questo rapporto. Il mattino di Pasqua Gesù manda Maria Maddalena a dire ai discepoli: «salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17). Con queste parole Gesù si mette dalla stessa parte dei discepoli: il Padre è il suo Dio come è il loro Dio.

Nemmeno l'ascensione lo cambia. Il libro dell'Apocalisse è stato scritto decenni dopo, quando Gesù siede ormai alla destra di Dio. Eppure si apre dicendo che è una rivelazione che Dio ha dato a Gesù Cristo (Apocalisse 1:1): anche il Cristo glorificato riceve da Dio ciò che deve rivelare. Poco dopo si legge che Gesù ci ha fatti sacerdoti «per il suo Dio e Padre» (1:6).

Il testo più eloquente è Apocalisse 3:12. In un solo versetto il Cristo risorto parla quattro volte del «mio Dio»: farà del vincitore una colonna nel tempio del suo Dio, scriverà su di lui il nome del suo Dio e il nome della città del suo Dio, la nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il suo Dio. Chi parla così non è l'Altissimo, ma il suo servitore esaltato.

Già i profeti avevano annunciato un Messia che avrebbe avuto un Dio. Michea, dopo aver predetto che da Betlemme sarebbe uscito il dominatore d'Israele, dice che egli avrebbe pascolato il suo popolo con la forza di Yahweh, con la maestà del nome di Yahweh suo Dio (Michea 5:4; in alcune versioni 5:3). Il futuro re non agisce con una forza propria, ma con quella del suo Dio.

Anche il Salmo 110, il testo dell'Antico Testamento più citato nel Nuovo, distingue chiaramente i due. «Il Signore ha detto al mio signore: siedi alla mia destra» (Salmo 110:1). Il primo «Signore» è Yahweh; il secondo, in ebraico adoni, è il titolo che si dà a un signore umano, a un re o a un padrone. Gesù stesso applica questo salmo a sé (Matteo 22:41-45), e Pietro lo usa per spiegare che Dio ha fatto Gesù «Signore e Cristo» (Atti 2:34-36).

Gli apostoli parlano del Dio di Gesù in modo naturale, quasi come una formula fissa. Paolo esorta i Romani a glorificare con una sola bocca «il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Romani 15:6). Le stesse parole aprono le benedizioni di 2 Corinzi 1:3, di Efesini 1:3 e di 1 Pietro 1:3, e tornano in 2 Corinzi 11:31.

In Efesini 1:17 Paolo prega «il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria». Altrove scrive che il capo di Cristo è Dio (1 Corinzi 11:3) e che Cristo è di Dio (1 Corinzi 3:23). In nessuno di questi testi c'è l'idea che il Padre e Gesù siano due persone dello stesso Dio. Il Padre è il Dio di Gesù, e Gesù è il Signore che Dio ha dato a noi.

Un caso particolarmente istruttivo è Ebrei 1:8-9, che cita il Salmo 45. Il versetto 8 si rivolge al Figlio chiamandolo «Dio», ed è per questo spesso usato come prova della divinità di Gesù. Ma il versetto successivo continua: «perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni».

Il Salmo 45 era stato scritto per un re d'Israele, nel giorno delle sue nozze. Chiamare il re «dio» significava riconoscerlo come rappresentante di Dio davanti al popolo, come accade per Mosè (Esodo 7:1) o per i giudici (Salmo 82:6). Il contesto lo conferma: questo «dio» ha a sua volta un Dio, che lo unge e lo innalza sopra i suoi compagni. Nello stesso passo che sembrerebbe affermare la divinità di Gesù, la Scrittura ricorda che egli ha un Dio sopra di sé.

Per spiegare questi testi, la teologia trinitaria sostiene che Gesù parlasse del «mio Dio» solo secondo la sua natura umana, mentre secondo la natura divina sarebbe uguale al Padre. Ma questa distinzione non si trova nei testi. Gesù non dice mai «il Dio della mia natura umana»: dice semplicemente «il mio Dio», e gli apostoli parlano del Dio di «nostro Signore Gesù Cristo», cioè della persona intera.

Inoltre, la spiegazione non regge nei testi successivi all'ascensione. In Apocalisse 3:12 parla il Cristo glorificato, seduto sul trono con il Padre (Apocalisse 3:21). Se mai c'è un momento in cui ci si aspetterebbe di sentirlo parlare come Dio, è questo; eppure chiama il Padre «il mio Dio» quattro volte.

Infine, il rapporto non è mai reciproco. Gesù chiama il Padre «mio Dio», ma in tutta la Scrittura il Padre non chiama mai Gesù «mio Dio». Se fossero uguali, ci si aspetterebbe una qualche simmetria. Invece il rapporto va sempre in una sola direzione: dal Figlio al Padre, dal servitore al suo Dio.

Chi è dunque il Dio di Gesù? Il Nuovo Testamento risponde senza esitazione: è il Padre, «il Padre della gloria» (Efesini 1:17), «l'unico Dio e Padre di tutti» (Efesini 4:6). Gesù lo chiama «mio Dio» sulla croce, dopo la risurrezione e nella gloria del cielo.

L'unico Dio della Bibbia, invece, non dice mai di avere un Dio. Egli è l'Altissimo, il Creatore, colui che non ha eguali. Gesù è il Figlio che Dio ha generato, l'uomo che Dio ha unto e innalzato, l'ultimo Adamo. Il suo Dio è anche il nostro: «il Padre mio e Padre vostro, il Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17).

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5. Gesù è come Adamo prima del peccato

Per l'apostolo Paolo la storia dell'umanità dipende da due uomini. Adamo, il primo, era pienamente umano e con la sua disubbidienza introdusse nel mondo il peccato e la morte (Romani 5:12). Gesù, che Paolo chiama «l'ultimo Adamo» e «il secondo uomo» (1 Corinzi 15:45, 47), con la sua ubbidienza ha aperto la via della giustizia e della vita.

Questo parallelo regge solo se i due termini del confronto sono della stessa natura. Se Gesù fosse stato qualcosa di più o di diverso da un uomo, chiamarlo «ultimo Adamo» sarebbe fuorviante. L'insegnamento di Paolo su Adamo è quindi una delle prove più solide che Gesù era un uomo nel senso pieno della parola.

In Romani 5:14 Paolo afferma che Adamo è «figura di colui che doveva venire», cioè di Cristo. La parola greca è tupos (τύπος), che deriva dal verbo tuptō, «colpire». In origine indicava l'impronta lasciata da un colpo, come il segno di un sigillo sulla cera. Lo stesso termine compare in Giovanni 20:25, dove Tommaso vuole vedere il «segno» dei chiodi nelle mani di Gesù.

Da qui derivano i significati di «modello», «stampo» o «esemplare». Mosè costruì il tabernacolo secondo il tupos che gli era stato mostrato sul monte (Atti 7:44; Ebrei 8:5). La Nuova Riveduta traduce «figura», altre versioni «modello» o «prototipo». In tutti i casi l'idea è la stessa: tra il tipo e ciò che esso prefigura esiste una corrispondenza reale, come tra uno stampo e l'oggetto che ne esce.

Adamo può essere il tupos di Cristo perché i due condividono ciò che conta nel confronto. Entrambi sono uomini, entrambi iniziano la loro esistenza senza peccato, ed entrambi stanno a capo di un'umanità che dipende dalla loro scelta.

La corrispondenza tra Adamo e Gesù comincia dalla loro origine. Adamo fu formato direttamente da Dio, senza padre umano (Genesi 2:7). Gesù fu concepito nel grembo di Maria per opera dello spirito santo, la potenza dell'Altissimo, e proprio per questo, spiega l'angelo, sarebbe stato chiamato «Figlio di Dio» (Luca 1:35). Il titolo, in quel versetto, è legato al concepimento miracoloso, non a una natura divina eterna.

Luca rende il parallelo esplicito. La sua genealogia di Gesù risale fino all'inizio e si chiude con le parole «Adamo, figlio di Dio» (Luca 3:38). Due soli uomini nella storia hanno avuto Dio come diretta origine della loro vita: Adamo e Gesù. Per questo entrambi sono iniziati senza l'eredità del peccato che tutti gli altri ricevono (Romani 5:12).

Nessun altro discendente di Adamo avrebbe potuto essere il suo antitipo, perché ogni altro uomo nasce già dentro la condizione inaugurata dalla caduta. Gesù, invece, partì dallo stesso punto di Adamo: un uomo senza peccato davanti a Dio, chiamato a scegliere l'ubbidienza.

Non è un caso che, subito dopo la genealogia che termina con Adamo, Luca racconti la tentazione di Gesù nel deserto (Luca 4:1-13). Il nuovo Adamo affronta la stessa prova del primo. Adamo fu tentato nel giardino, circondato dall'abbondanza; Gesù nel deserto, dopo quaranta giorni di digiuno. Entrambi furono messi alla prova sul cibo, sulla parola di Dio e sul desiderio di ottenere ciò che Dio non aveva dato nel modo da lui stabilito (Genesi 3:1-6).

Adamo cedette e dubitò della parola di Dio. Gesù resistette, rispondendo ogni volta con la Scrittura. Ma una prova ha senso solo se l'esito non è scontato. Se Gesù fosse stato Dio, la tentazione sarebbe stata una rappresentazione, perché Dio non può essere tentato dal male (Giacomo 1:13). La lettera agli Ebrei afferma invece che Gesù fu tentato davvero, in ogni cosa come noi (Ebrei 4:15), e che proprio per questo può soccorrere chi è tentato (Ebrei 2:18).

La vittoria di Gesù ha valore perché è la vittoria di un uomo. Dove il primo Adamo cadde, il secondo rimase fedele con gli stessi mezzi che Dio offre a ogni uomo: la fiducia nella sua parola e la forza del suo spirito.

In Romani 5:12-19 Paolo costruisce tutto il suo ragionamento sulla formula «un solo uomo». Per la trasgressione di un solo uomo molti sono morti; per la grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, il dono è abbondato per molti (5:15). Per la disubbidienza di un solo uomo molti sono stati costituiti peccatori; per l'ubbidienza di uno solo molti saranno costituiti giusti (5:19). Paolo non contrappone un uomo a un Dio-uomo, ma un uomo a un altro uomo.

La stessa logica attraversa la Legge di Mosè, che chiedeva «vita per vita» (Deuteronomio 19:21). Un uomo senza peccato aveva perduto la vita per l'umanità; un uomo senza peccato doveva darla per riscattarla. Per questo in 1 Timoteo 2:5-6 Paolo, dopo aver chiamato Gesù «uomo», dice che egli diede sé stesso come antilutron per tutti. La parola indica un riscatto corrispondente, un prezzo equivalente a ciò che viene riscattato.

Se Gesù fosse stato Dio, il prezzo non sarebbe stato corrispondente ma infinitamente superiore, e la simmetria su cui Paolo insiste verrebbe meno. Inoltre Dio è immortale (1 Timoteo 6:16) e non può morire. Il riscatto ha senso solo se colui che è morto era un uomo davvero mortale, che Dio ha poi risuscitato.

In 1 Corinzi 15 Paolo riprende il parallelo per parlare della risurrezione. Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente; l'ultimo Adamo è diventato spirito che dà la vita (15:45). Il verbo è importante: Gesù è diventato datore di vita. Non lo era da sempre, ma lo è diventato quando Dio lo ha risuscitato e glorificato.

Paolo aggiunge che il primo uomo, tratto dalla terra, è terreno, mentre il secondo uomo viene dal cielo (15:47). Alcuni leggono qui un'allusione alla preesistenza celeste di Gesù. Il contesto però riguarda il corpo risorto, non l'origine di Cristo. Paolo sta contrapponendo il corpo naturale, ricevuto da Adamo, al corpo spirituale e glorioso che Cristo ha ricevuto nella risurrezione (15:42-44), e che anche noi riceveremo: come abbiamo portato l'immagine di quello terreno, porteremo anche l'immagine di quello celeste (15:49).

Anche in questo passo, del resto, Gesù resta «il secondo uomo». Paolo non lo chiama mai il secondo Dio, né l'uomo-Dio. La sua gloria celeste è quella che Dio ha dato a un uomo, e che un giorno darà anche a coloro che gli appartengono.

Se Gesù fosse stato al tempo stesso pienamente Dio e pienamente uomo, Adamo non potrebbe esserne il tipo. Adamo non aveva una natura divina; sarebbe il modello di una sola metà di Cristo, e proprio di quella che, secondo la teologia trinitaria, non è la più importante. Un prototipo che rappresenta soltanto una parte dell'oggetto non è un vero prototipo.

Si può obiettare che un tipo non coincide in tutto con il suo antitipo, e che Paolo stesso segnala delle differenze: «il dono non è come la trasgressione» (Romani 5:15). Ma le differenze che Paolo indica riguardano le scelte e i loro effetti, non la natura dei due uomini. Adamo disubbidì e portò la morte; Gesù ubbidì e porta la vita. Il dono supera la caduta perché la grazia di Dio è sovrabbondante (5:20), non perché il secondo uomo fosse anche Dio.

Al contrario, il punto su cui Paolo fonda il confronto è proprio l'umanità: «un solo uomo» da una parte, «un solo uomo» dall'altra. Per Paolo la grandezza di Cristo sta nel fatto che un uomo ha avuto successo dove l'altro aveva fallito.

Il parallelo tra Adamo e Cristo attraversa tutta la Scrittura: la loro origine da Dio senza padre umano, la prova della tentazione, la scelta tra disubbidienza e ubbidienza, il riscatto corrispondente, la vita nuova della risurrezione. In ogni punto il confronto funziona perché entrambi sono uomini.

È questa la buona notizia. Dio non ha risolto il problema del peccato diventando egli stesso uomo, ma ha suscitato un uomo che ha vinto dove Adamo era caduto. E poiché Gesù è uno di noi, ciò che Dio ha fatto in lui è la promessa di ciò che farà per tutti coloro che gli appartengono: come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati (1 Corinzi 15:22).

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4. Il Nuovo Testamento insegna che Gesù è un uomo

Il Nuovo Testamento presenta Gesù come un uomo vero: il Messia promesso, scelto, inviato ed esaltato dall'unico Dio, il Padre.

Il punto di partenza è la fede d'Israele, riassunta nello Shemà: «Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l'unico Signore» (Deuteronomio 6:4). Gesù stesso cita questo testo come il primo di tutti i comandamenti (Marco 12:29). Quando uno scriba ribadisce che Dio è unico e non ce n'è un altro all'infuori di lui, Gesù approva la sua risposta (Marco 12:32-34).

Le Scritture ebraiche, inoltre, distinguono nettamente Dio dall'uomo: «Dio non è un uomo» (Numeri 23:19; cfr. Osea 11:9). Il Messia atteso era invece un uomo: un discendente di Davide (2 Samuele 7:12-14) e un profeta «simile a Mosè», suscitato «tra i fratelli» (Deuteronomio 18:15-18). Il Nuovo Testamento applica questa profezia proprio a Gesù (Atti 3:22).

La testimonianza più diretta viene da Gesù stesso. In Giovanni 8:40 dice di essere «un uomo che vi ha detto la verità che ha udita da Dio». In una sola frase distingue sé stesso, un uomo, da Dio, la fonte del suo messaggio.

Non è un'affermazione isolata. Gesù parla di continuo come di qualcuno che dipende dal Padre: non fa nulla da sé stesso (Giovanni 5:19, 30), insegna ciò che il Padre gli ha insegnato (Giovanni 8:28) e riconosce che il Padre è più grande di lui (Giovanni 14:28). È il linguaggio di un uomo pienamente consacrato a Dio, coerente con ciò che Israele si aspettava dal Messia.

Gli apostoli annunciano Gesù nello stesso modo. Il giorno di Pentecoste Pietro si rivolge a migliaia di ebrei e presenta «Gesù il Nazareno» come un «uomo accreditato da Dio», attraverso il quale Dio stesso ha compiuto prodigi e segni (Atti 2:22). È Dio che agisce; Gesù è il suo strumento.

Il resto del discorso segue la stessa logica. È Dio che risuscita Gesù (Atti 2:24, 32), che lo innalza alla propria destra (2:33) e che lo costituisce «Signore e Cristo» (2:36). Se Gesù fosse stato Dio per natura, non avrebbe avuto bisogno di essere fatto Signore da qualcun altro.

Anche Paolo, ad Atene, davanti a un pubblico pagano e politeista, annuncia che Dio giudicherà il mondo «per mezzo dell'uomo che egli ha stabilito», e che ne ha dato prova risuscitandolo dai morti (Atti 17:31). Per un uditorio abituato a molti dèi, presentare Gesù come una persona divina non sarebbe stato scandaloso. Eppure Paolo lo descrive semplicemente come un uomo scelto da Dio.

In entrambi i casi, nel momento più decisivo della predicazione, gli apostoli non parlano di un Dio-uomo né di una Trinità. Parlano di un uomo che Dio ha accreditato, risuscitato ed esaltato.

Il parallelo tra Adamo e Cristo è il cuore della teologia paolina della salvezza. Come il peccato è entrato nel mondo per mezzo di un solo uomo, così la grazia è giunta a molti «per mezzo di un solo uomo, Gesù Cristo» (Romani 5:15). Lo stesso principio torna in 1 Corinzi 15:21: «se per mezzo di un uomo è venuta la morte, anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti».

Si sente spesso dire che solo Dio poteva pagare per i peccati dell'umanità. Paolo dice il contrario: proprio perché la caduta è venuta da un uomo, la redenzione doveva venire da un uomo. Il valore del sacrificio di Gesù non dipende da una natura divina, ma dalla sua obbedienza perfetta come «secondo Adamo» (Romani 5:19; 1 Corinzi 15:45).

Infine, 1 Timoteo 2:5 riassume tutto: «c'è un solo Dio e anche un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Il versetto distingue l'unico Dio dal mediatore, e chiama quest'ultimo «uomo». Lo fa decenni dopo la risurrezione e l'ascensione: Gesù non ha smesso di essere un uomo una volta glorificato.

La lettera agli Ebrei afferma che Gesù «doveva essere reso simile ai suoi fratelli in ogni cosa», per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebrei 2:17). La sua efficacia come sacerdote dipende proprio da questa somiglianza piena con noi.

I Vangeli mostrano concretamente che cosa significa:

Gesù fu tentato in ogni cosa come noi, senza peccare (Ebrei 4:15), mentre Dio non può essere tentato dal male (Giacomo 1:13). Da ragazzo cresceva in sapienza, statura e grazia davanti a Dio (Luca 2:52), e pur essendo Figlio imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì (Ebrei 5:8): Dio, che è perfetto, non cresce né impara.

Gesù non sapeva tutto. Sul giorno e l'ora della fine dichiarò di non conoscerli, perché li conosce soltanto il Padre (Marco 13:32). Pregò con forti grida e lacrime colui che poteva salvarlo dalla morte (Ebrei 5:7), e infine morì davvero, mentre Dio è immortale (1 Timoteo 1:17; 6:16). Fu Dio a risuscitarlo.

Se Gesù fosse stato allo stesso tempo onnisciente, immortale e impossibile da tentare, non sarebbe stato simile a noi «in ogni cosa». Il suo esempio ha valore perché ha affrontato la vita con le stesse risorse che Dio offre a noi: la fede, la preghiera e lo spirito santo (Atti 10:38).

Gesù non si presenta mai come Dio, ma come qualcuno che ha un Dio. In preghiera chiama il Padre «il solo vero Dio» e si distingue da lui come «colui che tu hai mandato» (Giovanni 17:3). Dopo la risurrezione parla del «Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17). Anche nella gloria, nell'Apocalisse, continua a chiamare il Padre «il mio Dio» (Apocalisse 3:12).

Paolo usa la stessa distinzione: «per noi c'è un solo Dio, il Padre, … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8:6). Più volte parla del «Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (2 Corinzi 1:3; Efesini 1:3).

L'altissima posizione di Gesù non è negata, ma è un dono. Dio «lo ha sovranamente innalzato» e gli ha dato un nome al di sopra di ogni nome, e ogni ginocchio si piegherà davanti a lui «alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:9-11). Alla fine, il Figlio stesso sarà sottomesso a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti (1 Corinzi 15:28).

La dottrina trinitaria risponde a questi testi dicendo che Gesù era «pienamente Dio e pienamente uomo». Ma questa formula non si trova nella Bibbia: è stata definita dal Concilio di Calcedonia nel 451, oltre quattro secoli dopo Gesù. Nessun versetto dice che Gesù avesse due nature.

I testi usati per sostenere la divinità di Gesù sono pochi. Il biblista cattolico Raymond E. Brown, nel suo studio «Does the New Testament Call Jesus God?» (1965), ne esaminò una decina e ne considerò chiari soltanto tre. Al contrario, i testi che chiamano Gesù «uomo» sono numerosi e non presentano ambiguità. Ed esaminati da vicino, anche quei pochi testi si leggono senza difficoltà in senso unitariano.

Il testo più citato è Giovanni 1:1, «la Parola era Dio». Il logos, però, è la parola e il piano di Dio, che «diventò carne» in Gesù (Giovanni 1:14). Il versetto non dice che il Figlio era Dio, ma che la Parola di Dio si è realizzata in un uomo.

Quando Tommaso esclama «Signore mio e Dio mio» (Giovanni 20:28), usa un titolo che la Bibbia applica anche a chi rappresenta Dio. Mosè è costituito «dio» per il Faraone (Esodo 7:1) e i giudici d'Israele sono chiamati «dèi» (Salmo 82:6), un testo che Gesù stesso cita proprio per difendersi dall'accusa di farsi Dio (Giovanni 10:34-36). Lo stesso vale per Ebrei 1:8, «il tuo trono, o Dio», che riprende il Salmo 45:6, rivolto al re d'Israele. Il versetto successivo precisa infatti che «Dio, il tuo Dio» lo ha unto.

Anche altri passi si leggono bene alla luce dell'unità di Dio. «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10:30) indica unità di intenti, la stessa che Gesù chiede per i discepoli (Giovanni 17:21-22). «Prima che Abraamo fosse, io sono» (Giovanni 8:58) si spiega con il piano di Dio, nel quale Cristo era preconosciuto prima della fondazione del mondo (1 Pietro 1:20).

In Filippesi 2:6 Gesù, pur essendo «in forma di Dio», cioè la sua immagine fedele, non cercò di afferrare l'uguaglianza con Dio, al contrario di Adamo, e per questo Dio lo esaltò (2:9). Infine, l'omaggio reso a Gesù non prova che sia Dio: il verbo greco proskyneō indica anche l'inchino davanti a uomini (Matteo 18:26; Apocalisse 3:9), e l'onore dato al Figlio è sempre «alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:11).

Gesù stesso, Pietro, Paolo e l'autore di Ebrei parlano con una sola voce: Gesù è un uomo, il Messia scelto dall'unico Dio. È stato tentato, ha imparato, ha pregato, è morto ed è stato risuscitato ed esaltato dal Padre.

Questa verità non sminuisce Gesù: lo rende ancora più grande. Un uomo come noi ha vinto il peccato per fede, e proprio per questo può essere il nostro modello, il nostro sommo sacerdote e il nostro Signore. E la sua vittoria è la nostra speranza: ciò che Dio ha fatto per l'uomo Cristo Gesù, lo farà per tutti coloro che gli appartengono.

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Al Padre, non alla Trinità: il culto nel Nuovo Testamento

Quando leggiamo "adorare" nelle nostre Bibbie, pensiamo a un unico gesto riservato a Dio. Ma l'ebraico e il greco distinguono con cura tra due realtà diverse: l'omaggio e il culto. Rimettere a fuoco questa distinzione cambia il modo in cui leggiamo il Nuovo Testamento, e mostra un dato sorprendente: nella Bibbia il culto supremo ha un solo destinatario, il Padre.

Un Dio, una persona

Tutto parte dallo Shemà: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno" (Deuteronomio 6,4). Dio parla di sé al singolare, migliaia di volte: "Io sono", "accanto a me non c'è altro". Malachia identifica questo Dio con il Padre: "Non abbiamo forse tutti un solo Padre? Non ci ha creati un solo Dio?" (Malachia 2,10).

Gesù non cambia questa fede. Cita lo Shemà come primo comandamento (Marco 12,29), chiama il Padre "il solo vero Dio" (Giovanni 17,3) e si presenta come "colui che tu hai mandato". Paolo ripete: "per noi c'è un solo Dio, il Padre" (1 Corinzi 8,6).

Prostrarsi non è servire

Il Nuovo Testamento usa due verbi diversi. Il primo è proskyneō, "prostrarsi", "rendere omaggio": un gesto che si fa davanti a Dio, ma anche davanti a re, profeti e persone autorevoli. Il secondo è latreuō, "prestare servizio sacro", cioè il culto in senso stretto, che ha come destinatario Dio oppure, per contrasto, gli idoli.

Il primo dice come ci si pone davanti a qualcuno, non chi sia quel qualcuno. Lo conferma Apocalisse 3,9: Cristo promette che gli avversari della chiesa di Filadelfia verranno a prostrarsi "ai tuoi piedi". Se ogni prostrazione fosse adorazione divina, Cristo starebbe promettendo di far adorare dei credenti.

Il secondo verbo, invece, nel Nuovo Testamento non ha mai come destinatario esplicito il Figlio o lo Spirito. Paolo serve Dio "nel vangelo del Figlio suo" (Romani 1,9): Cristo è il mezzo, non il termine.

Il Padre al centro

Nel deserto Gesù risponde a Satana: "Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto" (Matteo 4,10). Il pronome è singolare, e Gesù parla di Dio come di un altro rispetto a sé.

Alla samaritana dice che i veri adoratori "adoreranno il Padre in spirito e verità" (Giovanni 4,23), e si mette tra gli adoratori: "noi adoriamo ciò che conosciamo". Insegna a pregare "Padre nostro" e a chiedere "al Padre nel mio nome" (Giovanni 16,23). Paolo piega le ginocchia "davanti al Padre" (Efesini 3,14) e riassume tutto così: per mezzo di Cristo "abbiamo accesso al Padre in un solo Spirito" (Efesini 2,18).

L'omaggio al re

Perché allora Gesù riceve prostrazione? La risposta sta nell'Antico Testamento. In 1 Cronache 29,20 tutta l'assemblea "si prostrò davanti al Signore e davanti al re". Un unico gesto, due destinatari, nessuna idolatria: il re era l'unto di Yahweh e sedeva "sul trono del Signore".

La Settanta usa lo stesso verbo per l'omaggio a Esaù, Giuseppe, Saul, Davide, Salomone e perfino al profeta Daniele (Daniele 2,46). Il Salmo 45 lo dice apertamente del re messianico: "Egli è il tuo signore: prostrati a lui".

Gesù onorato come Messia

I Vangeli spiegano quasi sempre il motivo dell'omaggio a Gesù. I Magi cercano "il re dei Giudei" (Matteo 2,2). I discepoli nella barca si prostrano dicendo: "Davvero tu sei Figlio di Dio" (Matteo 14,33), titolo regale del Messia (Salmo 2,7). Il cieco guarito si prostra davanti al "Figlio dell'uomo" (Giovanni 9,35-38), la figura di Daniele 7 a cui Dio dà il regno.

Il Risorto dichiara che ogni potere gli "è stato dato" (Matteo 28,18). E in Filippesi 2,9-11 è Dio che lo esalta, perché ogni ginocchio si pieghi davanti a lui "a gloria di Dio Padre". L'omaggio al Figlio sale fino al Padre.

Anche in Apocalisse 4-5 restano due soggetti: Colui che siede sul trono, lodato come Creatore, e l'Agnello, lodato perché immolato, che riceve il rotolo dalla sua mano.

E lo Spirito Santo?

In tutta la Bibbia nessuno prega lo Spirito, lo loda o si prostra davanti a lui. Lo Spirito è sempre il mezzo del culto: si serve Dio "per mezzo dello Spirito" (Filippesi 3,3), si prega "nello Spirito" (Efesini 6,18), e lo Spirito stesso intercede per noi (Romani 8,26). Nell'Antico Testamento è la potenza e la presenza di Dio all'opera (Salmo 139,7).

Neppure 2 Corinzi 13,13 cambia il quadro: nomina la grazia del Signore Gesù, l'amore "di Dio" (il Padre) e la comunione dello Spirito, senza alcun verbo di adorazione.

Quando è cambiato il culto?

La forma apostolica "al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito" resiste a lungo. Verso il 233 Origene scrive che la preghiera in senso proprio va rivolta al solo Padre. Intorno al 375 Basilio di Cesarea deve difendere la nuova formula "al Padre con il Figlio insieme allo Spirito". Solo nel 381 il Concilio di Costantinopoli dichiara lo Spirito "adorato e glorificato con il Padre e il Figlio". È un passo che le Scritture non compiono.

Le obiezioni

Alcuni testi meritano attenzione. In Daniele 7,14 i popoli "servono" il Figlio dell'uomo, ma è un regno che gli viene dato dall'Antico di giorni. In Apocalisse 22,3 i servi "lo serviranno" davanti al trono di Dio e dell'Agnello, ma il pronome è singolare e il parallelo di 7,15 indica Dio. Il "mio Signore e mio Dio" di Tommaso (Giovanni 20,28) va letto con lo scopo del Vangelo: credere che Gesù è "il Cristo, il Figlio di Dio" (20,31).

Per correttezza va detto che molti studiosi leggono questi dati diversamente. Richard Bauckham e Larry Hurtado vedono nella devozione a Gesù qualcosa che supera il modello regale. James Dunn, invece, conclude che i primi cristiani adoravano Dio per mezzo di Gesù più che Gesù come Dio.

In sintesi

Il culto supremo appartiene al Padre. Il Figlio riceve un omaggio vero e altissimo, come Messia esaltato, a gloria del Padre. Lo Spirito è la presenza di Dio in cui adoriamo. È la fede di Gesù e degli apostoli: al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito.

3. L'Antico Testamento preannuncia un Messia umano

Le profezie dell’Antico Testamento annunciano un Messia pienamente umano. Riconoscerlo aiuta a chiarire molti fraintendimenti sulla figura di Gesù.

Se Gesù era pienamente uomo, e non una combinazione di natura umana e divina, allora la sua esistenza ebbe un inizio: il momento del suo concepimento (cfr. Mt 1:20). Nessun essere umano esiste prima di essere concepito. Ne consegue che Gesù non era presente durante il periodo dell’Antico Testamento, se non nel piano di Dio e nella speranza dei credenti.

Che cosa annunciavano le profezie

Le Scritture ebraiche tracciano il ritratto del Messia in modo progressivo. Fin dal principio è annunciato come discendente di Eva (Gen 3:15). In seguito la promessa si restringe alla discendenza di Abramo (Gen 12:3; 18:18; 22:18), poi alla tribù di Giuda (Gen 49:10) e infine alla casa di Davide (2 Sam 7:12-13; Is 11:1). Mosè lo annuncia come un profeta simile a lui (Dt 18:15). Il Salmo 110 lo presenta come un re che governa sotto l’autorità di Yahweh (Sal 110:1), e Geremia come un capo sorto dal popolo stesso d’Israele (Ger 30:21). Tutte queste descrizioni presentano una figura umana, inserita in una genealogia e in un popolo. Per questo Israele attendeva un Messia uomo.

Lo attendeva anche Maria. Quando l’angelo le annunciò la nascita del figlio, la sua domanda non riguardava la natura del bambino. Riguardava il modo in cui avrebbe potuto concepire senza conoscere uomo (Lc 1:34-35).

Alcuni trinitari citano passi come Isaia 9:6 e Michea 5:2 come prova della divinità del Messia. Va però osservato che gli Ebrei, ai quali queste profezie furono rivolte, non le intendevano come l’annuncio di un essere insieme divino e umano. Entrambi i testi possono essere tradotti e compresi in modo coerente con una lettura unitariana.

Salmo 110:1: adoni, non adonai

Il Salmo 110:1 merita un’attenzione particolare. Il suo significato è chiaro, eppure viene spesso frainteso. La Nuova Riveduta traduce: «Il SIGNORE ha detto al mio Signore…». Il primo termine, «SIGNORE», rende il nome divino Yahweh. Molti commentatori trinitari sostengono che il secondo, «mio Signore», traduca l’ebraico adonai, appellativo riservato a Dio, e vedono quindi nel versetto una prova della divinità del Messia.

Il testo ebraico, però, non dice adonai. Dice adoni (לַאדֹנִי, «al mio signore»). Nell’Antico Testamento questo termine indica sempre un superiore umano, come un re, un padrone o un marito, oppure, in alcuni casi, un angelo. Non è mai usato per Dio. Adonai, invece, è riservato a Dio.

Le due parole derivano dalla stessa radice, adon. Per questo concordanze e lessici le raggruppano spesso sotto un’unica voce, ed è necessario risalire al testo ebraico per cogliere la distinzione. Proprio questa distinzione è decisiva. Il salmista designa il Messia con il termine usato per i signori umani, non con quello riservato a Dio. È una delle ragioni per cui gli Ebrei si aspettavano un sovrano umano, un re come gli altri re d’Israele, posto sotto l’autorità di Yahweh.

Lo stesso Gesù cita questo salmo (Mt 22:41-45), e Pietro lo applica alla sua esaltazione: Dio lo ha costituito «Signore e Cristo» (At 2:34-36). Il Messia è dunque il signore che Dio stesso innalza alla propria destra, non Dio stesso.

«Uno simile a un figlio d’uomo»

L’Antico Testamento si riferisce al Messia anche come a «uno simile a un figlio d’uomo». L’espressione «figlio d’uomo» è un idioma semitico che significa semplicemente «essere umano», e in questo senso ricorre in tutto l’Antico Testamento (cfr. Sal 8:4; Ez 2:1).

Quando però Daniele descrive il Messia come «uno simile a un figlio d’uomo» (Dn 7:13), l’espressione assume anche il valore di un titolo messianico. Questo spiega perché Gesù chiami spesso se stesso «il Figlio dell’uomo» (cfr. Mt 8:20; 9:6; 10:23; 11:19; 12:8, 40; 13:41; 16:13). Il titolo che Gesù sceglie per sé è, letteralmente, «l’essere umano». È un’ulteriore conferma della sua piena umanità e del fatto che Israele attendeva un Messia uomo.

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