4. Il Nuovo Testamento insegna che Gesù è un uomo

Il Nuovo Testamento presenta Gesù come un uomo vero: il Messia promesso, scelto, inviato ed esaltato dall'unico Dio, il Padre.

Il punto di partenza è la fede d'Israele, riassunta nello Shemà: «Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l'unico Signore» (Deuteronomio 6:4). Gesù stesso cita questo testo come il primo di tutti i comandamenti (Marco 12:29). Quando uno scriba ribadisce che Dio è unico e non ce n'è un altro all'infuori di lui, Gesù approva la sua risposta (Marco 12:32-34).

Le Scritture ebraiche, inoltre, distinguono nettamente Dio dall'uomo: «Dio non è un uomo» (Numeri 23:19; cfr. Osea 11:9). Il Messia atteso era invece un uomo: un discendente di Davide (2 Samuele 7:12-14) e un profeta «simile a Mosè», suscitato «tra i fratelli» (Deuteronomio 18:15-18). Il Nuovo Testamento applica questa profezia proprio a Gesù (Atti 3:22).

La testimonianza più diretta viene da Gesù stesso. In Giovanni 8:40 dice di essere «un uomo che vi ha detto la verità che ha udita da Dio». In una sola frase distingue sé stesso, un uomo, da Dio, la fonte del suo messaggio.

Non è un'affermazione isolata. Gesù parla di continuo come di qualcuno che dipende dal Padre: non fa nulla da sé stesso (Giovanni 5:19, 30), insegna ciò che il Padre gli ha insegnato (Giovanni 8:28) e riconosce che il Padre è più grande di lui (Giovanni 14:28). È il linguaggio di un uomo pienamente consacrato a Dio, coerente con ciò che Israele si aspettava dal Messia.

Gli apostoli annunciano Gesù nello stesso modo. Il giorno di Pentecoste Pietro si rivolge a migliaia di ebrei e presenta «Gesù il Nazareno» come un «uomo accreditato da Dio», attraverso il quale Dio stesso ha compiuto prodigi e segni (Atti 2:22). È Dio che agisce; Gesù è il suo strumento.

Il resto del discorso segue la stessa logica. È Dio che risuscita Gesù (Atti 2:24, 32), che lo innalza alla propria destra (2:33) e che lo costituisce «Signore e Cristo» (2:36). Se Gesù fosse stato Dio per natura, non avrebbe avuto bisogno di essere fatto Signore da qualcun altro.

Anche Paolo, ad Atene, davanti a un pubblico pagano e politeista, annuncia che Dio giudicherà il mondo «per mezzo dell'uomo che egli ha stabilito», e che ne ha dato prova risuscitandolo dai morti (Atti 17:31). Per un uditorio abituato a molti dèi, presentare Gesù come una persona divina non sarebbe stato scandaloso. Eppure Paolo lo descrive semplicemente come un uomo scelto da Dio.

In entrambi i casi, nel momento più decisivo della predicazione, gli apostoli non parlano di un Dio-uomo né di una Trinità. Parlano di un uomo che Dio ha accreditato, risuscitato ed esaltato.

Il parallelo tra Adamo e Cristo è il cuore della teologia paolina della salvezza. Come il peccato è entrato nel mondo per mezzo di un solo uomo, così la grazia è giunta a molti «per mezzo di un solo uomo, Gesù Cristo» (Romani 5:15). Lo stesso principio torna in 1 Corinzi 15:21: «se per mezzo di un uomo è venuta la morte, anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti».

Si sente spesso dire che solo Dio poteva pagare per i peccati dell'umanità. Paolo dice il contrario: proprio perché la caduta è venuta da un uomo, la redenzione doveva venire da un uomo. Il valore del sacrificio di Gesù non dipende da una natura divina, ma dalla sua obbedienza perfetta come «secondo Adamo» (Romani 5:19; 1 Corinzi 15:45).

Infine, 1 Timoteo 2:5 riassume tutto: «c'è un solo Dio e anche un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo». Il versetto distingue l'unico Dio dal mediatore, e chiama quest'ultimo «uomo». Lo fa decenni dopo la risurrezione e l'ascensione: Gesù non ha smesso di essere un uomo una volta glorificato.

La lettera agli Ebrei afferma che Gesù «doveva essere reso simile ai suoi fratelli in ogni cosa», per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebrei 2:17). La sua efficacia come sacerdote dipende proprio da questa somiglianza piena con noi.

I Vangeli mostrano concretamente che cosa significa:

Gesù fu tentato in ogni cosa come noi, senza peccare (Ebrei 4:15), mentre Dio non può essere tentato dal male (Giacomo 1:13). Da ragazzo cresceva in sapienza, statura e grazia davanti a Dio (Luca 2:52), e pur essendo Figlio imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì (Ebrei 5:8): Dio, che è perfetto, non cresce né impara.

Gesù non sapeva tutto. Sul giorno e l'ora della fine dichiarò di non conoscerli, perché li conosce soltanto il Padre (Marco 13:32). Pregò con forti grida e lacrime colui che poteva salvarlo dalla morte (Ebrei 5:7), e infine morì davvero, mentre Dio è immortale (1 Timoteo 1:17; 6:16). Fu Dio a risuscitarlo.

Se Gesù fosse stato allo stesso tempo onnisciente, immortale e impossibile da tentare, non sarebbe stato simile a noi «in ogni cosa». Il suo esempio ha valore perché ha affrontato la vita con le stesse risorse che Dio offre a noi: la fede, la preghiera e lo spirito santo (Atti 10:38).

Gesù non si presenta mai come Dio, ma come qualcuno che ha un Dio. In preghiera chiama il Padre «il solo vero Dio» e si distingue da lui come «colui che tu hai mandato» (Giovanni 17:3). Dopo la risurrezione parla del «Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17). Anche nella gloria, nell'Apocalisse, continua a chiamare il Padre «il mio Dio» (Apocalisse 3:12).

Paolo usa la stessa distinzione: «per noi c'è un solo Dio, il Padre, … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8:6). Più volte parla del «Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (2 Corinzi 1:3; Efesini 1:3).

L'altissima posizione di Gesù non è negata, ma è un dono. Dio «lo ha sovranamente innalzato» e gli ha dato un nome al di sopra di ogni nome, e ogni ginocchio si piegherà davanti a lui «alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:9-11). Alla fine, il Figlio stesso sarà sottomesso a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti (1 Corinzi 15:28).

La dottrina trinitaria risponde a questi testi dicendo che Gesù era «pienamente Dio e pienamente uomo». Ma questa formula non si trova nella Bibbia: è stata definita dal Concilio di Calcedonia nel 451, oltre quattro secoli dopo Gesù. Nessun versetto dice che Gesù avesse due nature.

I testi usati per sostenere la divinità di Gesù sono pochi. Il biblista cattolico Raymond E. Brown, nel suo studio «Does the New Testament Call Jesus God?» (1965), ne esaminò una decina e ne considerò chiari soltanto tre. Al contrario, i testi che chiamano Gesù «uomo» sono numerosi e non presentano ambiguità. Ed esaminati da vicino, anche quei pochi testi si leggono senza difficoltà in senso unitariano.

Il testo più citato è Giovanni 1:1, «la Parola era Dio». Il logos, però, è la parola e il piano di Dio, che «diventò carne» in Gesù (Giovanni 1:14). Il versetto non dice che il Figlio era Dio, ma che la Parola di Dio si è realizzata in un uomo.

Quando Tommaso esclama «Signore mio e Dio mio» (Giovanni 20:28), usa un titolo che la Bibbia applica anche a chi rappresenta Dio. Mosè è costituito «dio» per il Faraone (Esodo 7:1) e i giudici d'Israele sono chiamati «dèi» (Salmo 82:6), un testo che Gesù stesso cita proprio per difendersi dall'accusa di farsi Dio (Giovanni 10:34-36). Lo stesso vale per Ebrei 1:8, «il tuo trono, o Dio», che riprende il Salmo 45:6, rivolto al re d'Israele. Il versetto successivo precisa infatti che «Dio, il tuo Dio» lo ha unto.

Anche altri passi si leggono bene alla luce dell'unità di Dio. «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10:30) indica unità di intenti, la stessa che Gesù chiede per i discepoli (Giovanni 17:21-22). «Prima che Abraamo fosse, io sono» (Giovanni 8:58) si spiega con il piano di Dio, nel quale Cristo era preconosciuto prima della fondazione del mondo (1 Pietro 1:20).

In Filippesi 2:6 Gesù, pur essendo «in forma di Dio», cioè la sua immagine fedele, non cercò di afferrare l'uguaglianza con Dio, al contrario di Adamo, e per questo Dio lo esaltò (2:9). Infine, l'omaggio reso a Gesù non prova che sia Dio: il verbo greco proskyneō indica anche l'inchino davanti a uomini (Matteo 18:26; Apocalisse 3:9), e l'onore dato al Figlio è sempre «alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:11).

Gesù stesso, Pietro, Paolo e l'autore di Ebrei parlano con una sola voce: Gesù è un uomo, il Messia scelto dall'unico Dio. È stato tentato, ha imparato, ha pregato, è morto ed è stato risuscitato ed esaltato dal Padre.

Questa verità non sminuisce Gesù: lo rende ancora più grande. Un uomo come noi ha vinto il peccato per fede, e proprio per questo può essere il nostro modello, il nostro sommo sacerdote e il nostro Signore. E la sua vittoria è la nostra speranza: ciò che Dio ha fatto per l'uomo Cristo Gesù, lo farà per tutti coloro che gli appartengono.

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