1. Problemi di base con la dottrina della Trinità

La parola «Trinità» non compare nella Bibbia. Questo, da solo, non basta a escludere la dottrina, ma è un primo indizio significativo: un insegnamento ritenuto centrale per la fede cristiana non ha nemmeno un nome nelle Scritture.

Va notato inoltre che i trinitari stessi non concordano su come definire la Trinità. Le Chiese ortodosse orientali e la Chiesa d’Occidente si sono divise sul rapporto dello Spirito Santo con il Padre e il Figlio: la cosiddetta questione del Filioque fu tra le cause dello scisma del 1054. Anche sulla persona di Cristo le posizioni divergono. I sostenitori della formula «classica» affermano che Gesù, sulla terra, fosse pienamente Dio e pienamente uomo. I trinitari «kenotici» ritengono invece che egli abbia rinunciato all’esercizio dei suoi attributi divini durante la vita terrena. Eppure tutti dichiarano che Cristo è Dio e che la Bibbia conferma la propria interpretazione.

La storia della Chiesa mostra poi uno sviluppo chiaro e graduale della dottrina nel corso dei secoli. L’antico Simbolo romano, da cui deriva il Credo degli Apostoli e le cui radici risalgono probabilmente al II secolo, non parla né di Trinità né di una doppia natura di Cristo. Riguardo allo Spirito afferma soltanto «credo nello Spirito Santo», espressione che può riferirsi al dono di Dio più che a una «terza Persona». Il Credo di Nicea (325) introdusse il linguaggio di Cristo «vero Dio da vero Dio» e «consustanziale al Padre». Fu però il concilio di Costantinopoli (381) ad aggiungere che il Figlio è generato «prima di tutti i secoli» e che lo Spirito è «Signore e datore di vita». Le due nature di Cristo furono definite solo a Calcedonia (451). Le sue due volontà furono definite a Costantinopoli nel 681. Infine il Credo atanasiano, composto probabilmente tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, formulò esplicitamente la dottrina e dichiarò che chi non la accetta perirà in eterno.

Questa condanna, però, è difficile da conciliare con il Nuovo Testamento. Il giorno di Pentecoste Pietro non parlò di Trinità né di un Dio incarnato. Annunciò invece che «Dio ha fatto Signore e Cristo quel Gesù» (Atti 2:36), e circa tremila persone furono battezzate (Atti 2:41). Se credere nella Trinità fosse necessario per la salvezza, la prima predicazione apostolica sarebbe stata gravemente incompleta.

Uno degli argomenti più forti dell’unitarianismo biblico è che la Scrittura non descrive mai Dio come «tre», «tre in uno» o come una pluralità di Persone. L’unicità di Dio, invece, è affermata ripetutamente (Deuteronomio 4:35; 6:4; Isaia 44:6, 8; Giovanni 5:44; 17:3; 1 Corinzi 8:6). Lo stesso Gesù, pregando, chiama il Padre «il solo vero Dio» (Giovanni 17:3). Molti trinitari citano Matteo 28:19, dove sono nominati insieme il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il versetto però non definisce l’essenza di Dio: indica l’autorità («nel nome») con cui battezzare. Nominare tre realtà insieme non le rende un unico Dio. Se il testo dicesse «battezzateli nel nome di Abramo, Isacco e Giacobbe», nessuno ne dedurrebbe che i tre patriarchi formano un’unica persona.

Lo stesso vale per la dottrina delle due nature. La Bibbia non dice mai che Gesù abbia due nature, due menti o due volontà. Lo presenta sempre come un’unica persona, «Cristo Gesù uomo», unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Timoteo 2:5). Nessun versetto definisce Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo. Nessuno lo chiama «tre» o «uno in tre». Nessuno descrive Gesù come «pienamente Dio e pienamente uomo» o come «eternamente generato». Le Scritture parlano invece della sua nascita da Maria (Luca 1:35).

Se la Trinità fosse davvero il fondamento della fede cristiana, e ancor più se credervi fosse indispensabile per la salvezza, ci aspetteremmo di trovarla affermata con chiarezza nella Bibbia e nei primi credi. La Trinità, dunque, non è un mistero nascosto nelle Scritture: semplicemente non vi compare.

Perché l'unitarianismo - Indice

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