Per l'apostolo Paolo la storia dell'umanità dipende da due uomini. Adamo, il primo, era pienamente umano e con la sua disubbidienza introdusse nel mondo il peccato e la morte (Romani 5:12). Gesù, che Paolo chiama «l'ultimo Adamo» e «il secondo uomo» (1 Corinzi 15:45, 47), con la sua ubbidienza ha aperto la via della giustizia e della vita.
Questo parallelo regge solo se i due termini del confronto sono della stessa natura. Se Gesù fosse stato qualcosa di più o di diverso da un uomo, chiamarlo «ultimo Adamo» sarebbe fuorviante. L'insegnamento di Paolo su Adamo è quindi una delle prove più solide che Gesù era un uomo nel senso pieno della parola.
In Romani 5:14 Paolo afferma che Adamo è «figura di colui che doveva venire», cioè di Cristo. La parola greca è tupos (τύπος), che deriva dal verbo tuptō, «colpire». In origine indicava l'impronta lasciata da un colpo, come il segno di un sigillo sulla cera. Lo stesso termine compare in Giovanni 20:25, dove Tommaso vuole vedere il «segno» dei chiodi nelle mani di Gesù.
Da qui derivano i significati di «modello», «stampo» o «esemplare». Mosè costruì il tabernacolo secondo il tupos che gli era stato mostrato sul monte (Atti 7:44; Ebrei 8:5). La Nuova Riveduta traduce «figura», altre versioni «modello» o «prototipo». In tutti i casi l'idea è la stessa: tra il tipo e ciò che esso prefigura esiste una corrispondenza reale, come tra uno stampo e l'oggetto che ne esce.
Adamo può essere il tupos di Cristo perché i due condividono ciò che conta nel confronto. Entrambi sono uomini, entrambi iniziano la loro esistenza senza peccato, ed entrambi stanno a capo di un'umanità che dipende dalla loro scelta.
La corrispondenza tra Adamo e Gesù comincia dalla loro origine. Adamo fu formato direttamente da Dio, senza padre umano (Genesi 2:7). Gesù fu concepito nel grembo di Maria per opera dello spirito santo, la potenza dell'Altissimo, e proprio per questo, spiega l'angelo, sarebbe stato chiamato «Figlio di Dio» (Luca 1:35). Il titolo, in quel versetto, è legato al concepimento miracoloso, non a una natura divina eterna.
Luca rende il parallelo esplicito. La sua genealogia di Gesù risale fino all'inizio e si chiude con le parole «Adamo, figlio di Dio» (Luca 3:38). Due soli uomini nella storia hanno avuto Dio come diretta origine della loro vita: Adamo e Gesù. Per questo entrambi sono iniziati senza l'eredità del peccato che tutti gli altri ricevono (Romani 5:12).
Nessun altro discendente di Adamo avrebbe potuto essere il suo antitipo, perché ogni altro uomo nasce già dentro la condizione inaugurata dalla caduta. Gesù, invece, partì dallo stesso punto di Adamo: un uomo senza peccato davanti a Dio, chiamato a scegliere l'ubbidienza.
Non è un caso che, subito dopo la genealogia che termina con Adamo, Luca racconti la tentazione di Gesù nel deserto (Luca 4:1-13). Il nuovo Adamo affronta la stessa prova del primo. Adamo fu tentato nel giardino, circondato dall'abbondanza; Gesù nel deserto, dopo quaranta giorni di digiuno. Entrambi furono messi alla prova sul cibo, sulla parola di Dio e sul desiderio di ottenere ciò che Dio non aveva dato nel modo da lui stabilito (Genesi 3:1-6).
Adamo cedette e dubitò della parola di Dio. Gesù resistette, rispondendo ogni volta con la Scrittura. Ma una prova ha senso solo se l'esito non è scontato. Se Gesù fosse stato Dio, la tentazione sarebbe stata una rappresentazione, perché Dio non può essere tentato dal male (Giacomo 1:13). La lettera agli Ebrei afferma invece che Gesù fu tentato davvero, in ogni cosa come noi (Ebrei 4:15), e che proprio per questo può soccorrere chi è tentato (Ebrei 2:18).
La vittoria di Gesù ha valore perché è la vittoria di un uomo. Dove il primo Adamo cadde, il secondo rimase fedele con gli stessi mezzi che Dio offre a ogni uomo: la fiducia nella sua parola e la forza del suo spirito.
In Romani 5:12-19 Paolo costruisce tutto il suo ragionamento sulla formula «un solo uomo». Per la trasgressione di un solo uomo molti sono morti; per la grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, il dono è abbondato per molti (5:15). Per la disubbidienza di un solo uomo molti sono stati costituiti peccatori; per l'ubbidienza di uno solo molti saranno costituiti giusti (5:19). Paolo non contrappone un uomo a un Dio-uomo, ma un uomo a un altro uomo.
La stessa logica attraversa la Legge di Mosè, che chiedeva «vita per vita» (Deuteronomio 19:21). Un uomo senza peccato aveva perduto la vita per l'umanità; un uomo senza peccato doveva darla per riscattarla. Per questo in 1 Timoteo 2:5-6 Paolo, dopo aver chiamato Gesù «uomo», dice che egli diede sé stesso come antilutron per tutti. La parola indica un riscatto corrispondente, un prezzo equivalente a ciò che viene riscattato.
Se Gesù fosse stato Dio, il prezzo non sarebbe stato corrispondente ma infinitamente superiore, e la simmetria su cui Paolo insiste verrebbe meno. Inoltre Dio è immortale (1 Timoteo 6:16) e non può morire. Il riscatto ha senso solo se colui che è morto era un uomo davvero mortale, che Dio ha poi risuscitato.
In 1 Corinzi 15 Paolo riprende il parallelo per parlare della risurrezione. Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente; l'ultimo Adamo è diventato spirito che dà la vita (15:45). Il verbo è importante: Gesù è diventato datore di vita. Non lo era da sempre, ma lo è diventato quando Dio lo ha risuscitato e glorificato.
Paolo aggiunge che il primo uomo, tratto dalla terra, è terreno, mentre il secondo uomo viene dal cielo (15:47). Alcuni leggono qui un'allusione alla preesistenza celeste di Gesù. Il contesto però riguarda il corpo risorto, non l'origine di Cristo. Paolo sta contrapponendo il corpo naturale, ricevuto da Adamo, al corpo spirituale e glorioso che Cristo ha ricevuto nella risurrezione (15:42-44), e che anche noi riceveremo: come abbiamo portato l'immagine di quello terreno, porteremo anche l'immagine di quello celeste (15:49).
Anche in questo passo, del resto, Gesù resta «il secondo uomo». Paolo non lo chiama mai il secondo Dio, né l'uomo-Dio. La sua gloria celeste è quella che Dio ha dato a un uomo, e che un giorno darà anche a coloro che gli appartengono.
Se Gesù fosse stato al tempo stesso pienamente Dio e pienamente uomo, Adamo non potrebbe esserne il tipo. Adamo non aveva una natura divina; sarebbe il modello di una sola metà di Cristo, e proprio di quella che, secondo la teologia trinitaria, non è la più importante. Un prototipo che rappresenta soltanto una parte dell'oggetto non è un vero prototipo.
Si può obiettare che un tipo non coincide in tutto con il suo antitipo, e che Paolo stesso segnala delle differenze: «il dono non è come la trasgressione» (Romani 5:15). Ma le differenze che Paolo indica riguardano le scelte e i loro effetti, non la natura dei due uomini. Adamo disubbidì e portò la morte; Gesù ubbidì e porta la vita. Il dono supera la caduta perché la grazia di Dio è sovrabbondante (5:20), non perché il secondo uomo fosse anche Dio.
Al contrario, il punto su cui Paolo fonda il confronto è proprio l'umanità: «un solo uomo» da una parte, «un solo uomo» dall'altra. Per Paolo la grandezza di Cristo sta nel fatto che un uomo ha avuto successo dove l'altro aveva fallito.
Il parallelo tra Adamo e Cristo attraversa tutta la Scrittura: la loro origine da Dio senza padre umano, la prova della tentazione, la scelta tra disubbidienza e ubbidienza, il riscatto corrispondente, la vita nuova della risurrezione. In ogni punto il confronto funziona perché entrambi sono uomini.
È questa la buona notizia. Dio non ha risolto il problema del peccato diventando egli stesso uomo, ma ha suscitato un uomo che ha vinto dove Adamo era caduto. E poiché Gesù è uno di noi, ciò che Dio ha fatto in lui è la promessa di ciò che farà per tutti coloro che gli appartengono: come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati (1 Corinzi 15:22).
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